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dqw
  1. #1
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    [FANFICTION] "Moonlight"



    “MOONLIGHT”

    Capitolo 1


    Sto sorseggiando un caffè, mentre cerco di mandare giù il mio sandwich al tonno, seduta al tavolino della sala mensa dell’ospedale; è pomeriggio inoltrato e sono reduce da quasi nove ore di sala operatoria. Sono a pezzi: ho il collo e la schiena doloranti, le gambe che urlano vendetta per tutte le ore che ho passato in piedi, ma sono soddisfatta… tutto sembra essere andato nel migliore dei modi; le premesse perch? il mio piccolo paziente ce la faccia ci sono tutte ed io mi sento ottimista.
    Sto cercando di rilassarmi, mentre in sottofondo sento il chiacchiericcio di due infermiere, sedute due tavolini più in là. Guardo fuori dalla finestra: il sole è ancora alto nel cielo. Ormai anche questo Giugno è quasi finito… i miei pensieri si snodano pigri….
    Ad un certo punto qualcosa penetra nella cortina di sonnolenza che avvolge la mia mente. Dal tavolo delle ragazze mi arrivano alle orecchie parole che hanno il potere di risvegliarmi all’istante dal mio torpore: un nome…Michael Jackson.

    “Ti dico che è morto… l’ho sentito poco fa alla TV”
    “Ma dai… sarà la solita trovata di qualche giornalista”
    “Ti dico di no: ho sentito l’annuncio io stessa al TG”


    Una mano invisibile mi serra la gola

    Michael… morto? Ma che stanno dicendo?”

    Mi alzo, lasciando cadere il sandwich mangiato a metà sopra il tavolo, scosto bruscamente la sedia e mi incammino velocemente verso l’ascensore: le due ragazze mi seguono incuriosite con lo sguardo. Sembrano pensare – Ma cos’ha la Spaulding? Cosa le è preso? –

    Non mi importa minimamente di quello che pensano, n? di quello che pensano tutte le persone che incontro mentre cammino quasi di corsa, evidentemente con una faccia stralunata, a giudicare da come si girano a guardarmi al mio passaggio. In questo momento mi importa di una sola cosa: raggiungere il più in fretta possibile il mio studio. Prendo l’ascensore, salgo di otto piani, percorro velocemente il corridoio, come in trance: entro nel mio studio e mi siedo al computer. Apro internet. Quando digito il suo nome sono sommersa dalla notizia, una notizia che viene rimbalzata su centinaia di siti diversi e che si conficca sempre più profondamente, come un chiodo doloroso, nel mio cuore: Michael Jackson è morto.
    Scorro velocemente alcune righe, poi mi accascio sulla poltrona.
    - Mio Dio, è proprio vero… - all’improvviso tutta l’aria presente nella stanza sembra essere stata risucchiata via. Non riesco a respirare. Devo uscire subito di qui. Spengo il PC, mi sfilo il camice, prendo la giacca ed esco velocemente; passo dalla mia assistente e gli dico di annullare tutti i miei impegni, gli spiego di dover uscire subito e che mi sarei rifatta viva non appena possibile; lei annuisce guardandomi stupita… in tanti anni non era mai capitato che lasciassi il lavoro così, senza preavviso e senza spiegazioni.
    Esco finalmente dall’edificio e mi ritrovo in strada: vengo aggredita dai suoni e dai colori di un pomeriggio assolato a L.A.. Mi fermo un attimo, in mezzo al marciapiede: la gente intorno a me continua a camminare scansandomi distrattamente. Il mondo continua indifferente a girare, come se non fosse successo nulla; invece … niente sarà mai più come prima, ora che lui non è più sotto il mio stesso cielo, che non respira più la mia stessa aria. Questa consapevolezza mi assale ineluttabile, senza possibilità di appello.
    Inizio a camminare senza una meta… mentre finalmente le lacrime iniziano a scendere dai miei occhi, irrefrenabili: un mare di lacrime che scende così, senza un singhiozzo, scivola sulle mie guance e si perde nel mio collo. La gente si gira a guardarmi con curiosità, ma io non li vedo; in questo momento non vedo niente e nessuno. La mia mente ha bisogno di tempo: tempo per elaborare …. Tempo per trovare la forza di costringermi a continuare a respirare….



    *******

    Mi chiamo Margareth Spaulding e sono nata a Gary, Indiana, nel 1963, in una famiglia modesta: mio padre faceva l’operaio in un’acciaieria e mia madre, casalinga, essendo brava nell’arte del cucito, si arrangiava a svolgere lavori di piccola sartoria per il vicinato, per racimolare qualche soldo. La nostra casa era tre numeri civici più in là di quella della famiglia Jackson. Eravamo una della poche famiglie bianche del quartiere.
    Katherine Jackson era una delle migliori clienti di mia madre: con tutti quei figli aveva sempre qualcosa da aggiustare, pantaloni da accorciare per passarli al figlio più piccolo, qualche vestitino semplice per lei o per le bambine.
    Con il trascorrere degli anni, le due donne erano diventate buone amiche, amiche vere, nonostante all’epoca l’amicizia tra famiglie bianche e nere fosse ancora rara, ed,anzi, vista con sospetto e fastidio. Ma mia madre non era tipo da farsi influenzare da queste costrizioni sociali: Katherine le piaceva molto, andavano d’accordo e si trovavano perfettamente in sintonia.
    Fu così che passai molti pomeriggi dei primi anni della mia infanzia a casa Jackson, nel giardinetto dietro casa a giocare con Janet, più piccola di me di tre anni, mentre le nostre rispettive madri sorseggiavano un tè nella piccola cucina, chiacchierando e scambiandosi reciproche confidenze. La vita, per tutte e due, non era facile, e questo sostenersi a vicenda le aiutava ad arrivare a fine giornata.
    Mi piaceva molto Janet, con lei mi divertivo sempre; era una compagna di giochi allegra e sempre pronta allo scherzo. A volte, andavamo a spiare i suoi fratelli che provavano le loro canzoni: tutti i pomeriggi infatti i ragazzi suonavano e cantavano, nel piccolo salottino di casa. Sognavano di emergere nel mondo della musica e di poter avere un futuro migliore. Io ero affascinata dai loro strumenti, e soprattutto da Michael, voce del gruppo: lo trovavo bravissimo… mi incantavo ad ascoltarlo, e inoltre….si muoveva già allora in un modo che a me pareva strabiliante: non so cosa avrei dato per essere capace di fare altrettanto!
    Quando poi arrivò il momento di cominciare le elementari, mi ritrovai a frequentare la stessa scuola di alcuni dei fratelli Jackson, anche se naturalmente, a secondo dell’età, in classi diverse. Michael frequentava ormai l’ultima classe, mentre io ero in prima: così io e lui andammo nella stessa scuola solo per un anno.
    Il ricordo che ho di lui è quello di un bambino con due grandi occhi dolci e un sorriso timido, che se ne stava un po’ in disparte; non faceva parte del gruppo dei bulletti della sua classe, anche perch? era piuttosto minuto per la sua età.
    All’ora della merenda ci ritrovavamo tutti nello stesso cortile e lo vedevo spesso da solo, a spiare i giochi degli altri bambini, senza però trovare il coraggio di farne parte.

    Per la festa di fine anno, fu organizzato un grande spettacolo, al quale parteciparono tutte le classi, dai più grandi ai più piccoli. Dovevamo rappresentare l’universo; c’era chi era vestito da pianeta, chi da sole, chi da stella… come me, appunto. Avevo lavorato per due settimane intere alla preparazione del mio bellissimo costume: di gommapiuma, tutto dipinto di un giallo acceso. Quando finalmente, dopo tanta attesa, lo indossai, ero tutta emozionata e felice, mi sentivo una vera star; ma qualcuno pensò bene di rovinarmi la festa. Una mia compagna di classe, una bambina prepotente che mi aveva preso di mira fin dal primo giorno di scuola, approfittando della confusione e della relativa distrazione delle maestre, mi diede uno spintone, facendomi cadere malamente, schiacciando le bellissime punte della mia adorata stella, che così si piegarono tristemente all’ingiù. Non c’era più modo di farle stare dritte come prima, e così mi ritrovai lì, pronta per entrare in scena, con la mia stella tutta spuntata… Ero in lacrime, disperata; per me era una tragedia e un’umiliazione incredibile…..a quel punto, vidi la grande e luminosa Luna, sotto la quale si nascondeva il visetto nero di Michael, avvicinarsi a me: con un sorriso, mi porse una caramella
    Prendi, non piangere daì… prendi, è buona, è alla fragola!”
    Mi disse, come se questo risolvesse tutto.
    La presi, tirando su con il naso, e la infilai in bocca: era buona davvero. Lui pareva soddisfatto, e io pensai che fosse molto gentile.

    Dopo qualche anno la famiglia Jackson si trasferì, per inseguire il sogno di successo dei ragazzi; mi separai con autentico dolore dalla mia amichetta Janet. Era la mia più grande confidente, la mia amica del cuore e senza di lei sapevo che mi sarei sentita molto sola. Il giorno che partirono ci salutammo sommerse da lacrime inconsolabili.
    Per fortuna, però,le nostre madri continuarono comunque sempre a mantenersi in contatto, perch? il loro rapporto era diventato nel frattempo di autentico affetto.

  2. #2
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    Capitolo 2

    Molti anni dopo, i fratelli Jackson erano diventati famosissimi: avevano inciso dischi, erano stati in vetta alle classifiche, insomma avevano fatto molta più strada di quanto loro stessi si sarebbero mai aspettati, ai tempi di Gary. Nel frattempo io avevo finito gli studi superiori e mi ero iscritta all’università: infatti il mio sogno, da che ne avevo memoria, era sempre stato quello di diventare un bravo medico, anzi un medico eccezionale. Questa era la mia ambizione e per raggiungerla mi sottoposi a grandi sacrifici; negli anni in cui le altre ragazzine si divertivano e vivevano i loro primi amori, io studiavo, studiavo e ancora studiavo. Puntavo sempre a prendere il massimo dei voti, non mi accontentavo di niente di meno, sapendo che questo mi avrebbe facilitato molto nel raggiungimento del mio obiettivo.

    Quando poi si trattò di scegliere una specializzazione per il mio tirocinio, optai per la cardiochirurgia infantile; i bambini erano la mia passione e volevo fare un lavoro che mi desse la possibilità di aiutarli, in modo veramente tangibile.

    Tra le varie scelte che avevo, una per me era particolarmente allettante: quella di un ospedale di Los Angeles dove c’era un reparto di cardiochirurgia infantile veramente all’avanguardia. Fare il mio tirocinio lì mi avrebbe veramente aperto tante porte e sarebbe stato molto importante per la mia carriera. Ma L.A. era molto lontano da Gary ed i miei genitori non potevano permettersi di mantenermi un alloggio, senza contare che i viaggi per i miei ritorni a casa sarebbero stati costosissimi.

    Mia madre decise quindi di rivolgersi alla sua vecchia amica Katherine: sapeva che lei ed il resto della famiglia avevano preso casa a Encino.
    La chiamò e, come si aspettava, Katherine, si dimostrò subito entusiasta di poterci dare una mano:

    “Ma certo, Elizabeth, mandala qui da noi! La casa è enorme, abbiamo un sacco di posto ed io sarò felicissima di occuparmi di Maggie!”

    Fu così che partii per L.A., incontro alla mia nuova vita: avrei lavorato in ospedale e nei miei giorni di riposo avrei avuto la mia base a Encino, a casa Jackson.

    Il lavoro mi assorbì e mi appassionò immediatamente: era proprio come avevo immaginato e sperato. Era tanta la passione che avevo nell’imparare, ed era tutto così interessante per me, che spesso arrivavo alla fine dei turni senza neanche accorgermene; fui subito presa a benvolere dai miei colleghi e fui anche molto apprezzata dai miei superiori, che mi presero volentieri sotto la loro ala protettrice.

    A Encino, poi, fui accolta veramente come una di famiglia: Katherine si dimostrò affettuosa come una mamma per me, ed inoltre, con grande gioia reciproca, mi ritrovai con la mia amica Janet, che nel frattempo era diventata una bellissima ragazza, sempre simpatica come me la ricordavo. Passavamo molto del nostro tempo libero insieme; in giro per negozi, dove in genere lei comperava e io guardavo, non avendo le sue possibilità, e non accettando assolutamente di farmi comprare qualcosa da lei, come lei sempre si offriva di fare. La famiglia Jackson si era già dimostrata anche troppo generosa con me, e io non volevo assolutamente approfittarne.

    Spesso, la sera, facevamo tardissimo ridendo e facendoci confidenze, sgranocchiando patatine ed ogni altro genere di schifezze, nella camera dell’una o dell’altra.

    I maschi della famiglia, i primi tempi avevano fatto la ruota intorno a me, facendo a gara per farsi notare: i miei lunghi e ondulati capelli ramati e i miei occhi verdi sembravano attirarli come mosche su un vasetto di marmellata appena aperto. Soprattutto Jermaine, che si riteneva il bello del gruppo, cominciò subito a lanciarmi occhiatine maliziose e a dedicarmi tutte le sue attenzioni.

    Ma quando mamma Katherine se ne accorse, lo bloccò immediatamente: non so cosa gli disse, ma so che da un certo punto in poi mi lasciò decisamente in pace. Meglio così.
    L’unica persona della famiglia che mi metteva a disagio era il padre: Joseph aveva qualcosa di indefinito nello sguardo, che mi intimoriva. Ma, per fortuna non era quasi mai a casa e lo vedevo pochissimo.
    Dopo qualche mese che mi trovavo lì, non avevo ancora visto Michael, che era preso da una miriade di impegni lavorativi, essendo reduce dall’enorme successo di Thriller e attualmente impegnato nella preparazione del suo nuovo album.

    Un pomeriggio, tornando a casa ed entrando nel grande soggiorno, lo vidi seduto sul divano: fu una grande sorpresa per me vedermelo davanti dopo tanto tempo e rimasi un po’ spiazzata. Immediatamente si alzò con aria incerta come per dire – Chi è questa che entra così in casa mia?-. Katherine ci sollevò dall’imbarazzo venendomi incontro e dicendo a Michael:

    “Michael, questa è Maggie, la figlia di Elizabeth, la mia amica di Gary… te la ricordi? Vivrà qua con noi finchè avrà terminato i suoi studi presso l’ospedale di L.A.; sai lei vuole diventare un medico di fama internazionale, vero cara?”
    Mi disse abbracciandomi affettuosamente.
    Michael, rimase un po’ interdetto, ma poi, educato come sempre, mi porse la mano:
    “Ciao… si penso di ricordarmi di te… tu eri quella bambina che portava sempre le trecce, vero? L’amica di Janet!”
    Proprio lei”

    Risposi, stringendogli la mano, mentre lo guardavo pensando – Mio Dio…. come è diventato bello!- Infatti il Michael che avevo davanti era di una bellezza abbagliante, con quei riccioli morbidi intorno agli occhi grandi e neri, e quel sorriso luminoso. Certo, nel corso degli anni avevo potuto vedere diverse sue fotografie sui giornali, ed anche qui in casa ce n’erano diverse, ma non gli rendevano pienamente giustizia: visto così, dal vivo e da vicino, era, se possibile, ancora meglio - E quello che è più incredibile sembra non rendersene conto… guarda come è arrossito! –
    In effetti stava lì davanti a me fissandosi le scarpe, per evitare il mio sguardo, ed un inconfondibile rossore si era diffuso sulle sue guance ... ma ecco arrivare la solita Janet a toglierlo dall’imbarazzo.

    Entrò come un tornado nella stanza, abbracciandomi:

    “Mike, hai visto che bella sorpresa? Sono così contenta di averla qui… hai visto come è diventata bella la nostra Maggie?”

    Dandogli un colpo di gomito e schiacciandogli l’occhiolino. Ora toccava a me diventare rossa come un pomodoro maturo, mentre Michael mi scrutava dicendo
    “Già, la nostra Meg è diventata proprio bella, hai ragione”

    Disse proprio così, la nostra Meg: tutti mi avevano sempre chiamato Maggie, nessuno mai si era rivolto a me con quel diminutivo… Meg. Ed è così che solo lui mi chiamò per il resto della nostra vita.

  3. #3
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    Che bello! E' ricomparsa anche Moonlight.

    Bella anche l'immagine.

  4. #4
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    Capitolo 3

    Fu subito chiaro che io e Michael ci attraevamo come due calamite: non appena ci era possibile passavamo del tempo insieme, passeggiando nel grande giardino della dimora.
    Parlavamo fitto per ore ed ore, trovandoci in sintonia su tanti aspetti della vita; sembrava un miracolo essersi ritrovati così, dopo esserci conosciuti da bambini, e stare così bene in compagnia uno dell’altra.
    Insomma, eravamo palesemente reciprocamente attratti, ma i nostri contatti per molte settimane si limitarono a prenderci qualche volta la mano durante le nostre passeggiate.
    Qualcosa doveva accadere tra di noi, era solo questione di tempo.

    E qualcosa, finalmente, accadde: una sera, seduti sulla nostra panchina preferita in fondo al giardino, intenti a contemplare il cielo stellato in silenzio, lui si decise a mettermi un braccio intorno alle spalle, avvicinandosi a me.
    Io voltai il viso verso di lui, che mi guardò qualche secondo e poi

    Meg… posso darti un bacio?”

    Che dolce! Non avevo avuto molte esperienze con l’altro sesso fino a quel momento; non che non avessi avuto i miei corteggiatori, quelli non mi erano mai mancati, ma mi ero sempre dedicata completamente ai miei studi, non avevo mai avuto il tempo per prendere veramente in considerazione nessuno di loro. Ma mai nessuno, finora, si era preso la briga di chiedermi il permesso per darmi un bacio! In genere lo facevano e basta.

    Per tutta risposta fui io ad avvicinarmi e a posare delicatamente le mie labbra sulle sue, in un bacio leggero; come immaginavo, aveva le labbra morbidissime…. lo trovai talmente piacevole che quando lui si staccò, gli allacciai le braccia intorno al collo e incollai di nuovo la mia bocca alla sua, stavolta dischiudendola e invitandolo implicitamente a fare altrettanto. Quando lo fece, le nostre lingue si intrecciarono timidamente in una carezza calda ed estenuante. Quei primi baci, ci fecero capire quanto in realtà la nostra attrazione iniziale si stesse concretizzando in un qualcosa di veramente intenso e coinvolgente, per tutti e due.

    Da quella sera, ogni occasione era buona per appartarci in qualche angolo e scambiarci tenere effusioni: i nostri baci diventarono sempre più profondi e sensuali e le nostre carezze sempre più esigenti.

    Ma sembrava che lui non riuscisse a superare un certo limite; io ci rimanevo male, volevo di più, mi stavo innamorando perdutamente di lui e sentivo l’esigenza fisica di sentirlo mio.
    Lui, non senza difficoltà, cercò di spiegarmi che, quando era adolescente, durante il suo girovagare in giro a fare serate con i fratelli, gli era capitato di dormire spesso nelle stesse camere d’albergo con loro, che erano più grandi; quasi ogni sera o l’uno o l’altro si portava in camera qualche ragazza e Michael era stato costretto perciò a diventare spettatore involontario di questi incontri sessuali. Il mattino seguente queste ragazze sparivano regolarmente dalla vita dei suoi fratelli e lui capiva che per loro non avevano nessuna importanza, erano solo relegate al ruolo di piacevole passatempo.
    Tutto ciò lo aveva portato a farsi l’idea, sbagliata, che fare certe cose con una ragazza volesse dire non avere rispetto per lei, non volerle veramente bene. Io avevo cercato di convincerlo che invece era tutto il contrario, che quando due persone si amavano era la cosa più naturale del mondo avere intimità fisica, ma lui immancabilmente si bloccava.

    ************

    Spesso dopo cena andavamo a fare un giro in macchina: di giorno non potevamo, lui era già famosissimo e non appena metteva il naso fuori casa, frotte di fan lo inseguivano. Ma la sera con la complicità del buio e la protezione dell’auto, potevamo permettercelo.

    Di solito ci spingevamo fino all’oceano, trovavamo un posto appartato e restavamo lì tranquilli a goderci l’odore di salsedine e il rumore delle onde; qualche volta, addirittura, visto che non c’era nessuno in giro, ci eravamo azzardati a scendere e a passeggiare romanticamente lungo la spiaggia.

    Quella sera però ci dirigemmo verso le colline, fermandoci fuori città in uno spiazzo deserto: la Città degli Angeli si stendeva ai nostri piedi, con le sue mille luci.

    Era uno spettacolo suggestivo: sembrava uno scrigno pieno di gemme brillanti, che rubavano la luce addirittura alle stelle. L’unica luce che non si lasciava offuscare in quel cielo buio, era il soffuso chiarore della luna, una luna bianca e luminosa.

    Tutto intorno a noi il buio ed il silenzio più assoluto; una volta spento il motore l’unico suono che si poteva udire era quello dei nostri respiri. Per stare più comodi ci spostammo nell’ampio sedile posteriore della lussuosa berlina.
    Michael mi abbracciò, io posai la testa sulla sua spalla, mentre lui si chinava per baciarmi. Il profumo dei suoi capelli e del suo respiro, mi rese la testa leggera, come sempre succedeva quando l’avevo vicino.

    Percepii subito che quella sera, c’era qualcosa di diverso, qualcosa che chiedeva ormai disperatamente di essere liberato: era il bisogno che provavamo di un contatto più profondo, un bisogno che ormai non ci dava tregua.

    I nostri corpi chiedevano di più; Michael mi accarezzò timidamente il seno. L’aveva già fatto altre volte, ma sempre sopra i vestiti, non si era mai spinto oltre.
    Stavolta gli presi la mano e gliela infilai direttamente sotto la camicetta; allora non portavo reggiseno. Finalmente sentii il contatto delle sue dita sulla mia pelle nuda e un brivido mi percorse la schiena. Lui, sentendo il capezzolo gonfiarsi immediatamente, emise un gemito di eccitazione e sorpresa. Mi sfilai la camicia, restando a seno nudo. Lui prese ad accarezzarmi la schiena con dita leggere. Poi passò al seno, inglobandolo nelle mani a coppa e prendendo teneramente tra le dita i capezzoli turgidi: gli abbassai piano la testa sul mio petto, facendogli capire cosa volevo.
    Non si fece pregare e li prese delicatamente tra le labbra, assaggiandoli piano, mentre un gemito sommesso mi sfuggiva dalla bocca.

    Guardandolo dritto negli occhi, mi sfilai i pantaloni e la biancheria, rimanendo completamente nuda, davanti a lui che mi guardava ammaliato; il chiaro di luna donava alla mia pelle un candore ancora più accentuato del solito.

    Poi cominciai a spogliare anche lui; la camicia, la maglietta che portava sotto, la cintura, i pantaloni….lui mi assecondava e intanto diceva

    Sei sicura, Meg? Sei veramente sicura? Non è che poi te ne pentirai?”
    “Miki, se c’è una cosa di cui sono sicura a questo mondo, è che voglio fare l’amore con te: voglio che la mia prima volta sia con te. Ti voglio Miki… tu mi vuoi?”
    “Oh… sì!”


    Si lasciò sfuggire in un sussurro, mentre gli prendevo la mano e gliela facevo posare tra le mie gambe

    Sì che ti voglio, non sai quanto…”

    Disse in un sospiro carico di emozione, e prese ad accarezzarmi con gesti dapprima incerti e poi via via sempre più sicuri; a quel punto non resistevo più. Lo attirai sopra di me

    Vieni amore”

    Aprii le gambe e lui vi si accoccolò in mezzo: trovò l’accesso umido al mio corpo e prese ad avanzare dentro di me lentamente, un centimetro per volta. Ad un certo punto, sentii un dolore acuto e la sensazione di uno strappo. Lui si fermò immediatamente, vedendo la mia smorfia di sofferenza

    No, Miki… non fermarti…”

    e lui non lo fece, entrando in me fino in fondo; quando si sentì completamente avvolto dalla mia carne morbida e calda, mi guardò con occhi dilatati da quel piacere intenso mai provato prima

    “Meg…. Meg”

    Ripeteva in un rantolo, mentre una sensazione di calore e di languore fortissima, ci scuoteva entrambi; poi la natura prese il sopravvento. In quella macchina in cui i vetri andavano piano piano appannandosi, si sentivano solo i nostri sospiri a farci da colonna sonora.
    Quel nostro primo rapporto durò poco, eravamo tutti e due inesperti, ma ci lasciò pieni di meraviglia e di gioia per quel piacere fisico che avevamo scoperto insieme.

    “Ti amo Miki”
    “Ed io amo te, Meg”


    E fu così che la prima donna con la quale Michael Jackson fece l’amore, fui proprio io, piccola ragazza di provincia; e fu proprio lui l’uomo con cui persi la mia verginità.

    *********************

    Mentre tornavamo a casa, restammo in silenzio, troppo emozionati per quello che era successo per parlare; lui guidava voltandosi di tanto in tanto verso di me, guardandomi con tenerezza ed accarezzandomi delicatamente la guancia, mentre io ero abbandonata sul sedile in preda ad un torpore beato.

    La mattina dopo a colazione, eravamo imbarazzatissimi; avevamo la convinzione irrazionale che ogni abitante della casa potesse leggerci in faccia quello che era successo.

    Naturalmente non fu così; ognuno pensava ai fatti propri e non faceva caso al nostro mutismo ed al nostro evitare di incrociare gli sguardi.

    Solo Janet, sempre lei, ci scrutava insistentemente, prima uno poi l’altra, ma in quel momento, alla presenza degli altri, non disse niente.

    Ma quando più tardi ci incontrammo davanti alla porta di casa prima di uscire, io per andare all’ospedale, e lei per accompagnare la madre, che l’aspettava in macchina, a fare spese, mi disse all’orecchio, con un sorrisetto divertito stampato in faccia
    “Brava, ce l’hai fatta… finalmente quel testone di mio fratello ha saltato il fosso!”
    facendomi diventare bordeaux fino al collo, mentre lei tranquillamente continuava ad alta voce
    Ciao Maggie, ci vediamo stasera allora”


    **********
    Vivevamo in un limbo fatto di amore e romanticismo: del resto cosa c’è di più bello ed intenso del primo amore?
    Ogni occasione era buona per scambiarci tenerezze e parole dolci.
    Ormai tutta la famiglia si era accorta che ci amavamo e, francamente, parevano tutti contenti di questo: soprattutto Katherine, la madre, sembrava particolarmente soddisfatta, mentre i fratelli di Michael gli davano grandi pacche cameratesche sulle spalle.
    Furono mesi bellissimi ed indimenticabili per tutti e due.

    Ma purtroppo, come spesso accade per le cose troppo belle, giunsero presto alla fine: Michael doveva partire per il suo primo tour da solista. Il famoso Bad world tour.
    Avrebbe fatto il giro del mondo, restando via da casa per ben un anno e mezzo.

    Avvicinandosi il momento della partenza, cominciò a pregarmi di seguirlo; ma io non potevo farlo, semplicemente non potevo.
    Avevo i miei studi da portare a termine, il mio sogno da inseguire; non potevo deludere così le aspettative dei miei genitori che avevano investito tante speranze su di me e fatto tanti sacrifici per portarmi fino a quel punto.
    Non potevo mollare tutto e seguire Michael nel suo pellegrinaggio, solo per aspettarlo chiusa in qualche camera d’albergo.
    Inoltre avevo chiaramente contro tutto l’entourage del tour.
    Il manager aveva espresso con forza il suo dissenso in merito: diceva che non era il momento per lui di perdersi dietro ad una ragazza, doveva pensare all’importante appuntamento lavorativo che l’attendeva, non doveva subire distrazioni, e meno che mai, portarsele dietro.
    Le fan lo volevano libero e disponibile; era così che doveva essere.
    Fu così che ci salutammo, con la promessa di sentirci spesso, e la morte nel cuore.

  5. #5
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    su Kitalphia, una stellina
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    ....

    O_O

    Perch? da un pò di tempo ho preso a leccarmi questi baffi di cui sono sprovvista?
    Perch? sento il bisogno di ritornare più tardi per un commento sensato?

  6. #6
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    Ciaooooooooooooo!!!!!!
    Che bello poter rileggere anche questa ff....!!!!!!!
    Aspetto i prossimi capitoli!!!!!
    Un bacio!

  7. #7
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    Pace del Mela (Messina)
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    Che bella questa ff! aspetto il seguito, posta presto

  8. #8
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    tra le nuvole........
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    stupenda...............
    bravissima..........

  9. #9
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    Capitolo 4

    Parte 1


    Le prime settimane ci sentivamo regolarmente: lunghissime telefonate, durante le quali era una vera sofferenza sentire le nostre voci , avere così tanto desiderio di poterci vedere, toccare, ed avere invece la consapevolezza di non poterlo fare, e che così sarebbe stato per un tempo che a noi pareva veramente infinito.

    Ma poi mentre i mesi trascorrevano, tutti uguali, e noi eravamo assorbiti dai nostri reciproci impegni e divisi da una quantità di esperienze importanti vissute oramai ognuno per conto proprio e senza averle potute condividere, le telefonate piano piano si diradarono sempre di più: si sa a quell’età un rapporto per funzionare ha bisogno di essere coltivato giorno per giorno. I rapporti a distanza non si conciliano con l’entusiasmo e la passione della gioventù.

    I fusi orari, lo stress del tour, le distrazioni; cominciammo a sentirci sempre più raramente e, quando ci sentivamo, i nostri colloqui risultavano sempre più impacciati. Finchè, alla fine, smettemmo di provare a tenere in piedi qualcosa che era diventato troppo difficile da portare avanti, a così grande distanza e dopo tanto tempo passato senza rivederci.

    Non ci fu bisogno di sancire niente a parole… accadde così, naturalmente, senza che nessuno di noi due dicesse “E finita”. Ad un certo punto smettemmo semplicemente del tutto di chiamarci.

    **********

    Dopo un anno che Michael era partito, conobbi un ragazzo, Paul: era un medico anche lui.
    Era carino, disponibile e gentile. Avevamo in comune la stessa ambizione, gli stessi progetti, gli stessi ritmi di vita e soprattutto avevamo la quotidianità, cosa che con Michael sapevo bene non sarebbe mai stata possibile.

    Ero così giovane, avevo bisogno di un uomo vicino, e finii per innamorarmene.

    Certo, non era l’amore folle, quello che ti fa battere il cuore a mille e che ti mozza il respiro in gola: insomma l’amore che avevo sperimentato con Michael.
    Era piuttosto un amore tranquillo, basato sulla stima reciproca e sulle tante affinità intellettive.

    Nel frattempo Michael continuava il suo giro per il mondo e ormai lo vedevo solo sulle copertine dei giornali, che facevano la cronaca puntuale dei suoi trionfi.

    Pensavo – Chissà quante donne avrà avuto… da quando è partito, con tutte le fan scatenate che se lo contendono…” – . E così, misi una pietra sopra alla nostra storia, la accantonai in un cassettino segreto, protetto e sicuro nel mio cuore, chiusa a chiave.

    **********

    Finii gli studi e mi trasferii definitivamente a L.A. , cominciando la mia carriera all’interno dell’ospedale pediatrico, e mettendo su casa insieme a Paul.

    Dopo qualche anno ci sposammo e in seguito nacquero i nostri due figli: Jasmine e Mattias.
    La nostra vita scorreva serena: mio marito era diventato uno dei più stimati oncologi degli Stati Uniti ed io ero riuscita veramente a diventare primario di cardiochirurgia infantile, come mi ero ripromessa, dando così una soddisfazione enorme ai miei genitori, che abitavano ancora nell’Indiana, e assecondando così il mio bisogno di fare qualcosa di buono per i bambini.
    Insomma, mi consideravo soddisfatta.

    Sentivo ancora regolarmente Janet, e quando riuscivamo a fare coincidere i nostri impegni, ritagliavamo volentieri un incontro per aggiornarci sulle nostre rispettive vite; Janet era sempre la mia migliore amica, e così sarebbe sempre stato. La nostra era una di quelle amicizie rare, che durano la vita intera.

    Intanto, continuavo a seguire le vicende di Michael sui giornali: quando vennero fuori le accuse di molestie ai bambini… restai veramente allibita!
    Come si poteva pensare che una persona come Michael potesse avere compiuto delle azioni così spregevoli?
    Conoscendolo io così bene, e sapendo perfettamente che uomo fosse, come fosse pura e pulita la sua mente e quale amore incondizionato avesse sempre avuto verso i bambini, non potevo credere che qualcuno potesse veramente dare adito a delle accuse simili; ma evidentemente qualcuno che ci credeva c’era, eccome!

    Pensai immediatamente che fosse tutta una manovra per danneggiarlo irreparabilmente; evidentemente tutta la sua grandezza e la fama che aveva raggiunto, davano fastidio, tanto da arrivare a montare una simile infamia.

    E pensai anche con dolore all’effetto devastante che senz’altro avevano avuto su di lui queste vicende… mi sanguinava il cuore nel pensarlo alle prese con un tale genere di accuse… proprio lui!
    Infatti Janet mi confidò che era molto preoccupata per il fratello, che era emotivamente distrutto… che temeva molto per la sua salute. Miki – pensavo – cosa ti hanno fatto? –

    Seguii anche tutta la storia del suo matrimonio con Lisa Marie: già… il Re del Pop e la figlia del Re del Rock and roll, non poteva essere altrimenti!

    Non lo ammisi mai, nemmeno con me stessa, ma quando mi capitava di vedere foto che li ritraevano insieme, belli e innamorati, almeno così sembrava, una freccia acuminata di gelosia pura mi trafiggeva il cuore e la mente: il mio Miki, che era sempre più bello anno dopo anno, e del quale io custodivo gelosamente tanti ricordi intimi e meravigliosi, abbracciato a quella ragazza viziata e capricciosa!

    Il solo pensiero che lui baciasse lei, le donasse quelle carezze e quegli sguardi che un tempo erano stati solo miei, mi faceva segretamente impazzire.

    Ma quando, dopo poco meno di due anni, il matrimonio naufragò miseramente, mi dispiaque sinceramente per lui; sapevo quanto bisogno avesse di affetto e di avere una donna vicino che glielo potesse dare, sinceramente e disinteressatamente. Aveva un disperato bisogno di un porto sicuro in cui rifugiarsi, dopo le tempeste mediatiche che lo avevano tormentato.

    Ma sembrava che su questo fronte, Michael non riuscisse proprio a trovare la tanto agognata tranquillità: lui, che era stato capace di collezionare trionfi da quando era bambino, che aveva migliaia di fan innamorate perdutamente di lui sparse per il pianeta, pareva non essere capace di costruirsi un rapporto stabile e soddisfacente con nessuna donna.





    Capitolo 4

    Parte 2


    Erano trascorsi così quasi vent’anni.
    Janet mi aveva telefonato il giorno prima per invitarmi alla festa che aveva organizzato per il suo compleanno: avevo accettato con gioia. Mi faceva molto piacere rivederla; inoltre ero a casa da sola per una quindicina di giorni, dato che i miei figli erano in campeggio e mio marito era andato ad un convegno in Canada. Ero quindi libera di uscire una sera a divertirmi.

    Arrivai in taxi, leggermente in ritardo; dentro era già pieno zeppo di gente.
    Mostrai l’invito ed entrai: avevo indossato un bell’abito di satin di seta blu, che metteva in risalto la mia pelle candida, lasciandomi scoperte le spalle, ed avevo raccolto i miei capelli ramati in un morbido chignon. Mi sentivo elegante e notai con una certa soddisfazione che parecchi occhi si giravano ammirati al mio passaggio.
    Vidi Janet in fondo alla sala, che a sua volta mi aveva visto entrare e si stava sbracciando per attirare la mia attenzione, con un gran sorriso di gioia stampato in faccia, e subito mi diressi verso di lei per salutarla
    “Janet, auguri tesoro!”
    “Maggie! Come sono felice di vederti! Grazie di essere venuta… ma sei un incanto!”
    “Senti chi parla, Janet sei sempre più bella, ma come fai?”


    Ci abbracciammo e ci baciammo calorosamente; l’affetto che provavamo l’una per l’altra era autentico e sincero.
    Ci eravamo già lanciate in una cascata fitta di chiacchiere, come invariabilmente succedeva tra di noi: infatti anche se non ci vedevamo per magari parecchi mesi, il filo che ci univa si riallacciava immediatamente, come se ci fossimo lasciate il giorno prima.

    Ad un certo punto vidi che lei alzava lo sguardo oltre le mie spalle: seguii quello sguardo, mi girai e … mi trovai davanti Michael.
    L'emozione mi tolse il fiato; fu come un pugno nello stomaco.
    Stava lì davanti a me, con un completo nero dal taglio perfetto, con tanto di gilè di seta bordeaux e cravatta: i capelli neri gli scendevano lisci sulle spalle,e portava un paio di sottili occhiali da vista. Il magnifico ragazzo dai riccioli ribelli e dal sorriso luminoso, aveva lasciato il posto ad un uomo maturo, ma altrettanto affascinante.
    Cercai subito i suoi occhi: erano rimasti gli stessi. Due pozzi in cui perdersi, ma notai subito che ora vi aleggiava una vaga vena di ....rassegnazione?

    “Meg… quanto tempo è passato? Tanto… anche se non si direbbe, sei sempre bellissima”
    “Grazie, Mike. E’ vero, è passata un’eternità…non sapevo che ci fossi anche tu stasera. Come stai?”

    Dopo un momento di incertezza, ci abbracciammo, dandoci un bacio leggero sulle guance.
    “Ragazzi, scusatemi… devo andare ad intrattenere i miei ospiti. Tanto voi due ne avrete di cose da dirvi, no?”
    E dopo averci fatto l’occhiolino, Janet si allontanò lasciandoci soli.

    “Allora cosa mi racconti Mike?”
    Dissi cercando di vincere l’imbarazzo: ci avviammo per prendere qualcosa da bere, cominciando a parlare del più e del meno.

    La mezz'ora seguente la passammo seduti su un divano, con un calice in mano: penso che se qualcuno avesse ascoltato i nostri discorsi avrebbe pensato - Ma questi che cosa si sono fumati? - : eravamo talmente presi a fissarci, pieni di emozione respressa, da non riuscire proprio ad articolare un discorso che avesse un qualche senso. I nostri occhi parlavano per noi.
    Ad un certo punto, Michael mi si avvicinò all’orecchio:

    “Ti va di venire via con me, Meg? Di andarcene via, lontano da questa confusione, noi due soli?”
    “Sì Miki, andiamo via di qui”


    Sentendosi apostrofare con quel nomignolo di tanto tempo prima, Michael mi prese la mano e mi guidò fuori, verso la sua Limousine.
    Solo quando fui in macchina, mi accorsi di non avere nemmeno salutato Janet
    “Si offenderà… in fondo è il suo compleanno!”
    “Janet capirà benissimo, credimi”


    Secondo un tacito accordo, ci facemmo portare nell’albergo dove aveva intenzione di passare la notte e salimmo nella sua suite.
    Appena entrati, Michael fece per accendere la luce, ma io gli presi la mano per fermarlo. Mi avvicinai alla vetrata che prendeva l’intera parete e che offriva una magnifica vista della città illuminata.
    Appoggiai la fronte al vetro, chiudendo gli occhi, in attesa; sapevo cosa stava per succedere, lo sapevamo benissimo entrambi da quando i nostri sguardi si erano incontrati di nuovo, alla festa.

    Michael, mi si avvicinò, in quella poca luce che proveniva da fuori, e mi cinse la vita.

    “Meg… la mia Meg!”

    Sospirò, cominciando a baciarmi languidamente la spalla; dalla clavicola risalì accarezzandomi con le labbra fino alla mascella, per poi risalire a mordicchiarmi piano il lobo dell’orecchio. Mi girai e finalmente lasciai che posasse le sue labbra sulle mie, dischiudendole e ritrovando intatto il suo sapore, quel sapore che non ero mai riuscita a dimenticare. Così come non ero mai riuscita a dimenticare il suo profumo, che mi invase nuovamente i polmoni. Nel risentirlo dopo tanto tempo, un brivido di desiderio puro mi percorse il corpo.

    Le nostre lingue si cercarono di nuovo, come tanto tempo prima, intrecciandosi e riassaporandosi appieno.
    Dopo quel bacio interminabile, che mi lasciò priva di forze ed in preda ad un’eccitazione antica, Michael mi sciolse i capelli, che scesero come una cascata luminosa sulle spalle: mi sganciò il vestito e lo fece scivolare dai miei fianchi lasciandomi con indosso solo il mio completo intimo di pizzo. Quindi si spogliò a sua volta e riprendendo a baciarmi, mi fece coricare sul letto enorme e rotondo che dominava la stanza. Con gesti lenti mi liberò anche di quel poco che mi era rimasto addosso, sempre con gli occhi incatenati ai miei. Quegli occhi nerissimi… quanti ricordi suscitavano in me!
    Cominciò ad accarezzarmi ogni centimetro di pelle, per poi passare ad assaggiarlo con la bocca, quasi a volersi sincerare che fossi proprio io, che fossi di nuovo lì con lui.

    Dio… come era cambiato il suo modo di amare! Il ragazzo impacciato e timido, aveva lasciato il posto ad un uomo incredibilmente capace di eccitare ogni punto sensibile di una donna, con una pazienza ed una dedizione assoluta… la sua bocca, la sua lingua disegnavano la mia pelle, fermandosi nei punti più sensibili, succhiando piano: mi portò ad un punto tale di eccitazione da non riuscire più a resistere

    Miki… ti prego… ti voglio troppo…ti voglio subito”
    E lo attirai disperatamente sopra di me, sentendo tutta la sua eccitazione premermi contro la pancia
    Anch’io ti voglio Meg, ti voglio da impazzire”

    Quando affondò finalmente con una spinta decisa nel mio ventre pronto ad accoglierlo, un piccolo grido di piacere sfuggì alle labbra di tutti e due. Prese a muoversi dentro di me con metodo, con un ritmo deciso e pieno di passione, fino a che non arrivammo al culmine, per lasciarci andare insieme ad un orgasmo esplosivo, come non ne ricordavo così nella mia vita fino a quel momento.
    Accolsi il suo piacere dentro di me con ingordigia, come se non avessi aspettato altro per tutti quegli anni che erano trascorsi dal nostro ultimo incontro: e forse era proprio così.

    Quando ci fummo ripresi, mi prese il viso tra le mani e alitandomi le parole sulle labbra, mi disse

    Meg, perch?? Perch? abbiamo lasciato che finisse così tra di noi?”
    “Non lo so Miki… in questo momento non ti so proprio rispondere… forse è stato il destino?”


    Rimase un momento in silenzio, guardandomi; poi

    Vogliamo rubare al destino qualche giorno solo per noi? Vuoi venire con me per costruirci un piccolo attimo di paradiso? Vuoi Meg?”

    Finsi di pensarci un po’ su… in effetti avrei dovuto pensarci parecchio su, ma già sapevo che avrei detto di sì, mille volte sì
    “Sì Miki, portami dove vuoi tu…ti seguirò ovunque vorrai”

  10. #10
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    Capitolo 5


    Partimmo quella notte stessa con un aereo privato, per poi prendere un altro aereo più piccolo: quindi fu la volta di un motoscafo.

    Tutto questo per arrivare su una deliziosa isoletta del Pacifico, ancora oggi non ne so esattamente il nome n? l’ubicazione; so solo che ci arrivammo la sera dopo e che tutto era perfetto, assolutamente e meravigliosamente perfetto.

    Avevamo un bungalow su una spiaggia di sabbia finissima e candida, che si tuffava in un mare cristallino; eravamo completamente soli, anche perch? l’isola era deserta a parte un piccolo villaggio di pescatori a qualche chilometro di distanza.
    In quell’angolo di paradiso sulla terra, passai la settimana più bella della mia vita.

    Di giorno, facevo il bagno in quell’acqua trasparente mentre Michael mi guardava da sotto il gazebo davanti al bungalow: poi risalivo la spiaggia e mi buttavo tra le sue braccia pronte ad accogliermi, sul comodo divano di vimini ricoperto di cuscini bianchi, e parlavamo tutto il giorno fitto fitto, raccontandoci tutto quello che ci eravamo persi reciprocamente della nostra vita.

    Gli parlai del mio lavoro, di mio marito e dei miei due figli; lui mi parlò a lungo e con infinito amore dei suoi. Capii che amava i suoi bambini più di ogni altra cosa al mondo: quando parlava di loro, una fiamma di rinnovato entusiasmo tornava ad accendere i suoi occhi.

    Cercai anche di farlo parlare dei problemi che aveva avuto, delle accuse infamanti che aveva dovuto subire: ma lui mi guardò con uno sguardo carico di un tale dolore e di un tale…smarrimento, che decisi di non rigirare il coltello nella piaga della sua ferita, una ferita che, mi resi conto, sanguinava ancora abbondantemente e che certamente mai si sarebbe rimarginata.

    Ora sapevo da dove proveniva quell’ombra che offuscava il suo sorriso, come una patina di stanchezza; un’ombra che tanti anni prima non c’era, ma che ora non l’abbandonava mai.

    La notte la passavamo a fare l’amore, in un letto a baldacchino ricoperto da una zanzariera candida, mentre la brezza dell’oceano entrava dalla finestra aperta e ci accarezzava dolcemente la pelle nuda. Ogni volta era più bella e più intensa di quella precedente; sembrava che volessimo incamerare più amore possibile per quando, sapevamo, avremmo dovuto separarci.

    Una notte gli chiesi:
    “Miki, perch?, ad un certo punto hai smesso di chiamarmi, tanti anni fa?”

    Lui sembrò cercare le parole giuste per cercare di farmi capire, mentre accarezzava la mia testa poggiata sul suo petto

    “Subivo una pressione enorme… lo stress per il tour era incredibile… Frank continuava a ripetermi che dovevo essere libero con la mente e con il cuore, libero per potermi dedicare con tutto me stesso alla mia carriera ed ai miei fans. Poi, quando ti chiamavo, ti sentivo sempre più distante da me… cominciai a pensare che forse era la cosa più giusta anche per te, che meritavi qualcosa di meglio della vita assurda ed impossibile che avresti avuto stando al mio fianco…ora mi rendo conto che il mio era solo il misero tentativo di giustificare con me stesso la mia mancanza di coraggio nel portare avanti i miei sentimenti agli occhi di tutti…"

    Rimase muto per qualche minuto… io aspettavo…

    "E così… ad un certo punto ho fatto una scelta… ho scelto la carriera; l’ho fatto consapevolmente, allora ne ero convinto … ora non la penso più così.
    In tutti questi anni, ho sempre sentito che qualcosa mi mancava, qualcosa di importante, di vitale, che ho cercato disperatamente senza mai trovarlo…Forse, se avessi saputo tenerti stretta, le cose per me sarebbero andate molto diversamente. Ho fatto un sacco di errori nella mia vita, ma quello che ho pagato più caro è stato quello di lasciarti andare Meg….. ma purtroppo tornare indietro è impossibile”

    finì, in un sussurro quasi impercettibile.

    Un grumo di dolore mi serrò la gola, mentre rispondevo

    Anch’io ho sbagliato Miki. Anch’io dovevo lottare di più: ho cercato di convincermi che ero felice, che era tutto a posto, ma dentro di me sapevo perfettamente che non era così. Una parte di me ti è sempre rimasta accanto.
    Sospirai, impotente…


    Ma ora è inutile recriminare: abbiamo fatto quello che allora ci sembrava giusto. Del resto, se potessimo prevedere il futuro, quante cose non faremmo nella nostra vita, quanti sbagli eviteremmo? Ma non possiamo. Evidentemente doveva andare così, per noi”

    Restammo così, abbracciati e muti, ascoltando i battiti dei nostri cuori pulsare all’unisono.


    Avevamo parlato tante volte in quei giorni, provando ad immaginare di potere stare insieme, di cambiare le nostre vite. Ma, dopo innumerevoli pianti e tentennamenti, io avevo deciso che non potevo; non potevo lasciare mio marito. Lui non se lo meritava: mi aveva sempre amato teneramente, si era sempre totalmente dedicato a me, chiedendo molto poco in cambio. Ed io non me la sentivo proprio di dargli un dolore simile: forse sbagliavo, ma non sarei riuscita a costruire la mia felicità a discapito della sua sofferenza. E poi c’erano i miei figli… non ce la facevo. Michael capiva e rispettava la mia decisione: mi conosceva troppo bene per sapere che quella per me era l’unica via fattibile.
    E mi amava anche per questo.


    L’ultima sera facemmo l’amore sulla spiaggia, stesi su un grande asciugamano, cullati dal respiro incessante della risacca: Michael percorse il mio corpo a lungo in un sentiero costellato di umidi baci. Poi raggiunse il mio orecchio sussurrandomi

    “Sai di mare, di sole… mi fai impazzire Meg”

    provocandomi con quelle parole un brivido fortissimo, mentre le sue mani lavoravano instancabili su di me, trovando le pieghe più nascoste e sensibili, da abile amante qual’era.

    Quando finalmente riempì di s? la mia carne umida, mi sentii pervasa da un senso di appartenenza così completa da perdere per qualche istante i contatti con la realtà: quella notte la fusione dei nostri corpi fu talmente perfetta, da lasciarci quasi increduli, mentre i nostri respiri lentamente tornavano alla normalità e un tiepido alito di vento asciugava un leggero velo di sudore dalla nostra pelle resa troppo sensibile dall’amore appena concluso.

    Infine ci sedemmo lì, nudi, io davanti e lui dietro, con le braccia intrecciate sul mio seno e il mento appoggiato sulla mia spalla. Guardavamo attoniti quel cielo pulito, pieno di stelle luminose e di una luna enorme, tanto grande che pareva di potere allungare la mano e toccarla.

    Improvvisamente lui disse
    “Meg, hai mai riflettuto sul fatto che la luna è sempre stata nostra complice? Nei nostri momenti più importanti, è sempre stata lì… testimone silenziosa e rassicurante…”

    Mi girai a guardarlo: sotto quei raggi candidi era ancora più bello, e io lo amavo immensamente.

    Hai ragione, ora che ci penso… è stato proprio così”

    “Sono sempre stato attratto dalla luna, ha sempre esercitato uno strano fascino su di me. Pensa come sarebbe bello potere andare a vivere lassù, senza peso, liberi da tutti i vincoli che invece ci imbrigliano quaggiù, su questa Terra…”


    La mia anima era straziata dall’amore e dalla tenerezza che sentivo per lui.

    E’ vero amore mio, sarebbe meraviglioso”


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